Comitato Territoriale

Brescia

Un dialogo aperto con gli studenti per guardare oltre le mura

Uisp Brescia con il Progetto Carcere incontra le scuole bresciane per un confronto sulla realtà carceraria e il volontariato all'interno degli istituti penitenziari

 

Parlare di carcere davanti a centinaia di studenti delle scuole superiori significa scegliere di affrontare un tema complesso senza scorciatoie. Significa raccontare una realtà fatta di numeri, ma soprattutto di persone, fragilità e possibilità di cambiamento. È con questo spirito che Uisp Brescia, impegnata da oltre trent’anni negli istituti penitenziari cittadini con il Progetto Carcere, ha promosso un incontro rivolto ai ragazzi e alle ragazze che parteciperanno a Vivicittà Porte Aperte e, più in generale, agli studenti chiamati a riflettere sul valore del volontariato e della responsabilità sociale.

A introdurre e coordinare il confronto è stata Paola Vasta, presidente Uisp Brescia, che ha ricordato come il Progetto Carcere rappresenti un impegno stabile e strutturato. Non si tratta solo di organizzare attività sportive, ma di costruire relazioni e opportunità dentro la Casa Circondariale “Nerio Fischione” e la Casa di Reclusione di Verziano. In questo contesto lo sport diventa linguaggio educativo: insegna il rispetto delle regole, la gestione del conflitto, il senso del gruppo e la responsabilità personale.

Accanto a lei sono intervenuti la Dott.ssa Concetta Carotenuto, vice direttrice degli Istituti Penitenziari Bresciani, il Dott. Matteo Pedroni, responsabile dell’area trattamentale, il Viceispettore Luca Collura della Polizia Penitenziaria di Brescia ed Elena, volontaria dell’associazione Carcere e Territorio.

La vice direttrice ha illustrato una situazione segnata da un sovraffollamento significativo: alla Nerio Fischione sono presenti circa 390 persone detenute a fronte di una capienza di 182 posti; a Verziano si contano circa 120 detenuti e detenute, tra cui una quarantina di donne. Numeri che incidono sull’organizzazione quotidiana e sulla possibilità di garantire percorsi realmente personalizzati.

La casa circondariale è strutturata su più piani e regimi detentivi differenti. Alcune sezioni ospitano detenuti fragili dal punto di vista sanitario o comportamentale, altre funzionano con regime ordinario o intensificato. Ogni persona che entra viene presa in carico dall’area educativa e inserita in un percorso osservativo che può portare, nel tempo, a maggiori spazi di autonomia e alla partecipazione ad attività formative, lavorative e sportive.

Particolare attenzione è stata dedicata alla presenza crescente di giovani adulti tra i 18 e i 23 anni. Pur potendo teoricamente rimanere nel circuito minorile fino ai 25 anni, molti vengono collocati nelle strutture per adulti. La loro giovane età comporta fragilità emotive e identitarie che richiederebbero strumenti educativi specifici. La convivenza con detenuti adulti può talvolta generare dinamiche di sostegno, ma in altri casi espone a influenze negative. La gestione di questi ragazzi rappresenta una sfida centrale, che interpella non solo l’istituzione penitenziaria ma l’intera comunità.

Un’immagine raccontata dalla vice direttrice restituisce bene il senso di questo percorso. Al termine di Vivicittà dello scorso anno, mentre gli studenti stavano lasciando l’istituto dopo aver corso insieme ai detenuti, uno di loro si è rivolto ai ragazzi invitandoli a “correre sempre dalla parte opposta, verso l’uscita”. Una frase semplice, ma capace di racchiudere il valore profondo della libertà. Un richiamo alla responsabilità personale che dimostra come anche chi sta scontando una pena possa diventare, in quel momento, promotore di legalità.

L’intervento del Dott. Matteo Pedroni ha approfondito il significato costituzionale della pena. L’articolo 27 stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: ciò implica l’obbligo, per lo Stato, di offrire opportunità e strumenti concreti. Non esiste però un obbligo a partecipare: il protagonista del cambiamento resta sempre la persona.

All’interno dell’istituto opera un’équipe multidisciplinare composta da educatori, psicologi, mediatori culturali, operatori delle dipendenze e assistenti sociali. Il lavoro parte dall’analisi delle cause che hanno portato al reato. Nella maggior parte dei casi non si tratta di una scelta ideologica, o di una volontà di andare contro lo Stato, ma dell’esito di percorsi segnati da disagio familiare, povertà educativa e mancanza di alternative.

Molti detenuti hanno alle spalle storie di abbandono scolastico o percorsi vissuti in modo conflittuale. La scuola non è solo apprendimento, ma anche relazione, rispetto delle regole e confronto con l’autorità. Quando queste dimensioni vengono meno, si creano vuoti che talvolta si riempiono con l’aggressività o la violenza. Il lavoro trattamentale interviene proprio su questi aspetti, proponendo percorsi scolastici interni, formazione professionale e opportunità lavorative.

L’obiettivo, ha spiegato Pedroni nel senso del suo intervento, è arrivare al fine pena con competenze reali e spendibili all’esterno, in modo che una volta usciti non resti più l’alibi della mancanza di alternative. Offrire strumenti concreti significa togliere giustificazioni al ritorno nell’illegalità e restituire alla persona la possibilità di scegliere consapevolmente una strada diversa.

Un capitolo fondamentale riguarda le dipendenze: circa il 75% della popolazione detenuta presenta problematiche legate a tossicodipendenza o alcolismo, a cui si aggiungono sempre più frequentemente forme di ludodipendenza. Intervenire su queste situazioni significa affrontare una delle cause principali del reato. Tuttavia, il sovraffollamento e la carenza di operatori rendono il lavoro complesso. In questo contesto il volontariato assume un ruolo decisivo.

Elena, volontaria di Carcere e Territorio, ha sottolineato l’importanza di non interrompere il dialogo tra il dentro e il fuori. Il carcere non può diventare un mondo separato: il reinserimento deve essere graduale, costruito nel tempo, accompagnato da relazioni e opportunità concrete. La comunicazione continua tra istituzioni, associazioni e società civile è ciò che consente di sanare, almeno in parte, la frattura che il reato crea nella comunità.

È stato inoltre ricordato come chiunque, in un momento di fragilità o difficoltà, possa scivolare nell’errore. Rendere consapevoli i giovani di questa possibilità non significa giustificare il reato, ma comprendere che la prevenzione nasce anche da una comunità capace di offrire sostegno, ascolto e opportunità prima che si arrivi al punto di rottura. Allo stesso modo, la società esterna gioca un ruolo fondamentale nell’accoglienza di chi ha scontato la propria pena: senza disponibilità al reinserimento, il rischio di recidiva aumenta.

Il Viceispettore Luca Collura ha raccontato il momento dell’ingresso in carcere: immatricolazione, visita medica, assegnazione alla camera. La paura è spesso il primo sentimento e può trasformarsi in tensione. La Polizia Penitenziaria garantisce la sicurezza, condizione indispensabile per qualsiasi attività trattamentale, ma svolge anche un ruolo di ascolto e gestione delle situazioni critiche.

L’incontro si è concluso con uno sguardo a Vivicittà Porte Aperte, che si terrà sabato 11 aprile 2026. A Brescia la manifestazione anticipa simbolicamente l’evento nazionale e vedrà studenti e detenuti correre insieme all’interno del carcere di Verziano. Un gesto concreto che rompe le distanze e rende visibile il senso del Progetto Carcere: usare lo sport come strumento di inclusione, responsabilità e cittadinanza attiva.

 

 

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